John Carpenter, 1986
Partiamo dal fatto che il cinema non è sempre sforzo intellettuale e capacità di analisi, spesso è molto gradevole guardare un film per poter mettere in “stand-by” il cervello ed immergersi in maniera lasciva in una qualche realtà a noi non appartenente, e “Grosso guaio a Chinatown” è una pellicola che calza meravigliosamente a pennello con questi presupposti.
In una sua battuta il film stesso si descrive come “una specie di Alice Nel Paese delle Meraviglie molto radicalizzato”, ma personalmente credo che tale definizione si un po’ eccessiva; il “flop” (chiamiamolo così perchè raccolse davvero poco ai botteghini) in verità è un buon film, ottimo ritmo ed ottima commistione di generi conditi da un senso dell’ironia di livello superiore. “Grosso guaio a Chinatown” è in bilico fra parodia e action-movie, fra cyber-punk, fanta-horror e grottesco, intersecati da un fin troppo ironico kitschismo all’orientale. Il suo limite è proprio il non prendersi mai sul serio a tal punto da diventare, a volte (soprattutto nel finale), la presa in giro di se stesso tramutando la sua maggior virtù (l’ironia appunto) in difetto.
In definitiva un Carpenter anomalo, che deluse i suoi vecchi appassionati, ma ci regalò un cult-movie dal sapore fumettistico (e forse un po troppo adolescenziale) in continua riscoperta.
PS.: Chi snobba, nel cinema, non sa che si perde!!!!!!!
6/10


5 Luglio, 2008 alle 10:13 pm
E’ John Carpenter, Ghezzi che non sei altro
18 Luglio, 2008 alle 12:35 pm
Ma hai già cominciato a parlare fuori sincrono?