NEVERMORE - Dead heart in a dead world

(2000, Century Media)

Lo stereotipo del metallaro tutto borchie, birra e poco cervello ha influito negativamente su certa critica musicale, ma d’altronde bisogna ammettere che che l’heavy metal stesso se l’è spesso cercata; come non pensare ai Manowar vestiti con le mutande di pelliccia? Un’immagine che ha spesso più divertito che esaltato i fan della musica dura a tutto tondo.
Fin quando l’heavy metal ha avuto dalla sua l’industra discografica tutto ciò non è stato un problema, ma dopo l’avvento del grunge, il pregiudizio negativo (e il mercato) sul metallo portò alla scomparsa di decine e decine di gruppi. Tra questi vi furono i Sanctuary, power thrash metal band con due dischi alle spalle, cui venne intimato dalla propria casa discografica di cambiare genere per uniformarsi al rock della loro città. E questa città era Seattle.
Mentre l’heavy metal si rifugiava ferito, ma paradossalmente più aggressivo, nelle caverne dell’underground in cui era nato, alcuni membri dei Sanctuary decisero di organizzare la “resistenza” allo strapotere dei ragazzi in camicia di flanella; fu così che nacquero i Nevermore, una delle creature più innovative nell’ambito puramente heavy, il cui “Dead Heart in A Dead World” è forse il primo vero esempio di metallo del XXI secolo,
Qui non si ha paura di sporcarsi le mani, e sebbene le strutture delle canzoni rispettino i canoni “sacri” del genere si nota benissimo la propensione a guardare oltre; la chitarra di Jeff Loomis(mai così in forma) lavora in maniera fantasiosa incantando per scelte di suono e parti melodiche, mentre la voce spiritata di Warrel Dane disegna spirali di fumo blu e tutta l’aggressività viene ingabbiata e resa ancora più pericolosa dalla strabordante sezione ritmica.
Attimi di pura poesia e urla disperate contro il “1984″ in cui ci troviamo, “Inside Four Walls” è forse il più deciso attacco musicale mai stato scagliato contro il terribile sistema carcerario americano e la cover di “The Sound of Silence”(con cui condivide esclusivamente il testo) è l’esempio come dovrebbe essere sviluppato il thrash metal oggi; qui non si hanno cadute di stile ma si rimane continuamente colpiti dalla capacità dei quattro di Seattle di inserire sempre qualche piccolo accorgimento che rende la canzone memorabile. Se ha ancora un senso parlare di heavy metal nel 2007 lo dobbiamo senza dubbio a gente come i Nevermore, musicisti che non hanno avuto paura di far valere le proprie idee piuttosto che rifugiarsi nei soliti stilemi stantii, spesso la tomba di molte band.

Tracklist:
1. Narchosyntesis
2. We Disintegrate
3. Inside Four Walls
4. Evolution 169
5. The River Dragon Has Come
6. The Heart Collector
7. Engines Of Hate
8. The Sound Of Silence
9. Insignificant
10. Believe In Nothing
11. Dead Heart In A Dead World

Lascia una Risposta