(2001, Revelation)

“Existence well what does it matter? / I exist on the best terms I can. / The past is now part of my future, / The present is well out of hand. / The present is well out of hand.”
(Ian Curtis)
Mi piace iniziarla così questa recensione, magari a qualcuno potrà sembrare un azzardo, ma, personalmente, credo che in questi versi del “Sommo Vate del post-punk” sia racchiusa tutta la poetica e la grandezza stilistica di una band che è riuscita a scalare le più alte cime di quel macrogenere dall’ormai inflazionato nome di “Post-HardCore” (e non solo): i Will Haven.
Facciamo un attimo il quadro della situazione. 2008: mai come adesso, le sonorità più ricercate dell’hardcore hanno vissuto momenti di tale stallo artistico. Troppo spesso, per evitare di prender coscienza di ciò, si tende ad impreziosire con sottogeneri e mini-etichette le nuove produzioni al fine di non constatare che gli album di nuova uscita sono sempre più simili fra loro e “dichiaratamente vincenti”. Che sia una sintomatica perdita di coraggio artistico?
Proprio in questo clima di torpore generale i dischi che continuano a dettare i tempi conservano datazioni non proprio recentissime e perle come “Carpe Diem” restano difficilmente arrivabili dall’attuale e gettonatissimo “NeurIsis-style”. A sette anni dall’uscita, questo del 2001, resta il capolavoro assoluto della band di Sacramento. Preceduto dal peso “El Diablo”, 1997, (tralasciamo il non convincente “WHVN” 1999), “Carpe Diam”, matura i contenuti e perfeziona le basi dei suoi predecessori: la sublime intersezione di strutture noise e sonorità nu-metal si dipana su nere ragnatele prive di speranza e costruite con una maestria che “The Hierophant” (ultima fatica della band) non riesce neppure lontanamente ad avvicinare.
Poco meno di cinquanta minuti di cerebrale ipnosi che imbrigliano l’ascoltatore in un “percorso obbligato” tormentato ed oscuro da cui non puo’ sottrarsi; si procede dentro un tunnel fatto di scarne frustrazioni della contemporaneità metropolitana, cinicamente esposte in teche asettiche, ed urla traboccanti “d’isolamento esistenziale”. Dieci tracce tanto obiettive ed attuali quanto brutali, tanto hardcore quanto doom, tanto viscerali quanto fredde, tanto taglienti quanto avvolgenti.
Insomma un disco magistrale che si porta dietro tutto l’eredità di fine/inizio secolo fatta di Korn, Black Sabbath, Godflesh, Helmet, Nirvana, Sepultura, Bad Brains, Deftones, Coroner, Meshuggah, Unsane, Swans e perchè no… anche Joy Division.
Produzione eccellente, se “Carpe Diem” fosse stato un film avrebbe un montaggio da 10 e lode.
Al limite della perfezione.
Tracklist:
1. SHR
2. Saga
3. Carpe Diem
4. Bats
5. Dressed In Night Clothes
6. Dolph Lundgren
7. Finest Our
8. Alpha Male
9. Miguel…
10. Moving To Montana


20 Maggio, 2008 alle 12:01 pm
ci siamo dimenticati i meshuggah??
20 Maggio, 2008 alle 12:20 pm
cazz è vero… e pure erano fra i primi, ma poi non li ho scritti!
diocane… che il Barone mi perdoni…
aggiungo subito
20 Maggio, 2008 alle 2:13 pm
io ci avrei messo anche i Sepultura di Roots.
20 Maggio, 2008 alle 2:29 pm
altra aggiunta dovuta