Die by the Wof Fest
(Complete Failure, Four Question Marks, Jucifer, Juggernaut, The orange man theory, Today Is The Day, Tsubo)
12/06/2008
INIT (Roma)
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Non si vive di solo Barone purtroppo, impegni inderogabili mi consentono di arrivare all’INIT (ottima sede del Die By The Wolf Fest) solo dopo la prestazione dei grandissimi The Orange Man Theory (testimoni oculari mi raccontano di un live entusiasmante con tanto di guest appearance del loro mentore Steve Austin). Entro e mi ritrovo Troy Sanders dei Mastodon che coverizza i Meshuggah; strabuzzo gli occhi e mi rendo conto che trattasi in realtà del chitarrista di tali Four Question Marks, francesi di casa Trustkill dediti alla “coverizzazione senza copyright” dei gruppi predetti. Diciamo che mi hanno impressionato per i primi 2 minuti scarsi, poi la sterile e davvero poco personale scrittura dei pezzi mi ha fatto preferire la prima birra con gli amici della serata.
Rapido cambio palco ed ecco che si palesano i Complete Failure, pericolosissimo trio grindcore per l’occasione senza basso, la prima bella sorpresa dell’evento per chi scrive. Il cantante si è perso in un bosco da bambino per poi ritornare alla civiltà solo di recente, dato l’aspetto belluino e l’abbigliamento da serial killer de campagna, il batterista (Mike Rosswog dei TITD) è sinceramente una delle migliori drum machine in circolazione, mentre la chitarra è puro rumore di ferraglia arrugginita. Insomma è roba davvero estrema, senza alcun tipo di compromesso; una moto sega sporca di sangue che gira in tondo impazzita. Da antologia la reazione rabbiosa del singer alle ripetute avances sottopalco di un’attempata e appesantita mistress sadomaso.
Quando salgono i Jucifer siamo investiti da una tempesta di drones e watt, la roscia chitarrista cantante Amber Valentine comincia a martirizzare i nostri timpani usando il suo strumento e l’ampli come i poli opposti di una calamita. Il duo di marca Relapse è shockante: estremizza a tal punto le proprie composizioni da renderle qualcosa di assolutamente diverso da quello che si può ascoltare su disco. Il risultato è quanto di più violento e straniante si possa trovare in circolazione. Facciamo fatica a capire se il batterista “David Crockett” sia un genio o un demente quando lo vediamo prendere a calci, svitare e rimontare il ride. Ne viene fuori un malatissimo mix di grind, drone, stoner e indie rock (anche se quest’ ultima influenza viene quasi lasciata a casa dai nostri), con dei suoni e un’attitudine talmente marci che il pubblico, forse ancora ignaro di cosa sia realmente accaduto, rimane esterrefatto e allibito.
Finito il piccolo uragano targato Jucifer, l’attesa per Steve Austin e la sua creatura Today Is The Day si fa sempre maggiore e crea una certa “angoscia” tra quanti hanno già assistito alle prime terrificanti fasi del Die By The Wolf. Il Reverendo è un personaggio totale, si fonde con il resto della band fino a possederla, diventandone la bocca da fuoco e l’unico terminale comunicativo. L’avvio, come tutto il resto del soddisfacentissimo set, è per stomaci forti; la violenza di esecuzione, unita a una presenza scenica molto scarna ed efficace, spaventa ed affascina tutti. Il Reverendo Austin era tanto che volevo vederlo, colpa forse di quell’aura oscura che ha sempre contraddistinto le interviste e le composizioni del maniaco di Nashville; mi aspettavo un tipo ombroso e poco accondiscendente col pubblico, ma sorprendentemente mi trovo di fronte a una persona di quaranta anni che ha voglia di divertirsi, sfogarsi, e regalare alla gente accorsa uno show fatto di rabbia, energia e sudore (molto sudore a dirla tutta). Si susseguono senza tregua pezzi da In The Eyes of God (disco dal quale vengono estratti la maggioranza dei pezzi), Axis of Eden, Kiss The Pig, Temple of The Morningstar, Supernova e Today is The Day. Il trio si destreggia alla grande tra il violentissimo noise del periodo Amphetamine Reptile e il metal estremo dalle tinte death-grind dell’ultimo periodo; basso e batteria (Rosswog è un fenomeno di quelli veri) supportano il dialogo di Steve con il pubblico ormai soggiogato e invasato. Sul palco sale anche Gianni degli Orange Man e in sala volano colpi proibiti nell’euforia generale. Se non finisce a tarallucci e vino poco ci manca, i Today suonano filati e se ne vanno senza bis dopo averci picchiato per bene; speriamo solo di vivere un’altra serata così il prima possibile.
Andrea Zeppieri

