A HISTORY OF VIOLENCE

David Cronenberg, 2005

Film che rappresenta forse la sterzata stilistica più nitida dell’intera produzione del regista canadese, A History Of Violence si pone, a primo impatto, come un thriller secco ed accademico in cui tutto segue alla perfezione le regole del genere non lasciando alcuno spazio all’immaginazione e demolendo i registri semantico-lessicali postmoderni tanto cari a Cronenberg. La narrazione simmetrica degli accadimenti si apre però a diverse chiavi interpretative che concedono all’intero plot un’insolita vicinanza ad “i classici” dell’autore in questione: l’estetica esistenzialista della biomeccanica di film come “Crash” e “eXistenZ” lascia quindi il posto ad “affreschi” dal gusto più puramente “POP” (nel senso “warholiano” del termine) in cui collocare quel insano odore di espressività morbosa vero “filo di Arianna” della poetica “cronenberghiana”.

Le vicende ruotano attorno alla dicotomica personalità di Tom Stall (Viggo Mortensen) rappresentandola similmente ad un famelico insetto, mimetizzatosi nel sogno americano, che immobilizza e contrae le sue membra prima di scattare sulle prede scatenando la profonda violenza delle sue celate radici. Sofferti echi critici alla società statunitense attraversano tutto il film e si esplicitano nello splendido e catartico finale in cui lo spettatore viene “traumatizzato” da cambiamenti scenografici e fotografici capaci di scavare nell’anima dello stesso per seppellirvi tutto il malessere meditativo del cinema di Cronenberg.

Oggi, dopo l’uscita nelle sale di “Easter Peromises” (La Promessa dell’Assassino), “A History Of Violence” acquista ancor più importanza e scavalca le critiche, che lo vedevano come primo “blockbuster” del cineasta di Toronto, definendo attraverso il suo linguaggio il recente vocabolario di un regista che, giunto ad una seconda giovinezza, ha modificato l’apparato costruttivo-immaginifico dei suoi film sostituendo gli elementi fantascientifici del suo cinema con tasselli propri alla visione che la società contemporanea vuole dare di se stessa, barattando così le sue impronte fanta-horror con inquietanti canovacci iperrealisti.

Di grande rilevanza ed impatto la sceneggiatura che rilegge, più o meno fedelmente, l’omonimo fumetto di John Wagner e Vince Locke, facilmente riconoscibile come presunta “storyboard” per l’intera durata del film.

In definitiva una pellicola cinica, tanto nell’aspetto visivo quanto nelle tematiche, in cui “il sadico” Cronenberg si diletta a scuotere la sensibilità del suo pubblico al fine di invitarlo a riflettere sull’effimera ed ingannevole “patina” del quotidiano.

Non ai livelli di “Crash” o “Videodrome” ma senz’altro un ottimo movie

Marco Marzuoli

Lascia un commento