Takashi Miike, 1999
Che Takashi Miike sia un pazzo è cosa risaputa e che la pazzia possa essere un eccesso di lucidità è altrettanto risaputo.
Il nefasto ed angosciante intimismo che accompagna “Audition” sin dalle sue prime battute, rende la pellicola immediatamente interiorizzabile e vicina allo spettatore. Proprio grazie alla famigliarità della gamma di sentimenti espressa e narrata nella prima parte del film, Miike, si insinua nell’intimità e fra i nervi (in un primo tempo sedati) del suo pubblico mettendoli allo scoperto prima di infilzarli con incredibile e cinica violenza (razionale ed allo stesso tempo inspiegabile) in grado di colpire con efferatezza il profondo delle denudate anime in platea.
Per capire esattamente quale sia l’artificio sensoriale usato in “Audition” potete fare un esperimento: poggiate la vostra mano su un blocco di ghiaccio, quando essa diviene immune ad ogni sollecitazione ed il freddo l’ha ben anestetizzata, versateci sopra un bicchiere d’acqua bollente… il risultato sarà simile allo scioccante stravolgimento filmico che divide esattamente in due parti questo affascinante J-Horror (se così si può definire). In realtà pensare che si stia parlando di un’opera bipartita non è completamente corretto, l’apparente placidità iniziale non è che un modo di accumulare tensione: quasi come fossimo avanti all’immobilità di un insetto che attende l’attimo propizio per catturare la sua preda, l’abile regista nipponico, congela e dilata i sussulti narrativi per accrescerne il senso del celato fino a che non ci colpisce in contropiede.
Un film sornione dalla trama semplice e lineare (un’audizione per giovani donne usata per scopi matrimoniali da un vedovo inserito nel mondo della produzione cinematografica) che si propone come metafora dell’impossibilità di amare e di conoscere i meccanismi che regolano l’amore coniugale ed il passato mai rivelato dello stesso; proprio l’impossibilità di mettere del tutto a nudo la veridicità dei sentimenti, in un rapporto di coppia, è causa di sofferenza e di dolore, e nel film anche di rancore e brutalità.
Stilisticamente “Audition” segue alla lettera la già descritte dinamiche: l’apparente forma stereotipata e priva di contenuti espressivi iniziale (a tratti pare di assistere ad un telefilm) viene man mano, ed esponenzialmente, intersecata da scene disturbanti, dal montaggio schizofrenico e dalla fotografia estremamente passionale (splendidi i filtri purpurei e gelidi che si alternano quasi a sottolineare le plurime facce del rapporto uomo-donna), che inseriscono violenza, sangue e carnalità nell’iter fruitivo dello spettatore fino ad incollarlo alla poltrona conturbando e manipolando i suoi sentimenti e le sue emozioni.
Regista sempre estremo e geniale, capace di addentrarsi in minuziose, iperrealiste e morbose descrizioni dell’animo umano, Miike dipinge, con la pellicola in questione, la sua rappresentazione dell’amore di coppia e tutti i sentimenti annessi allo stesso.
Se siete malinconici, tristi e deboli di cuore… abbiate paure di vedere “Audition”.

