Takeshi Kitano, 2002
Tre episodi, tre coppie, tre traumi intersecati fra loro ed accomunati dall’impossibilità di amare.
Fin dalla scelta di girare un film diviso in momenti Kitano fa capire che la riflessione che elabora in “Dolls” è trasversale in tutto il suo cinema ed accomuna gran parte delle sue produzioni e stilemi narrativi. La condanna alla “ricerca” ed alla sofferenza, durante tutta “la marcia della vita”, l’uomo che si piega al fato e la persistenza della memoria sono le chiavi di lettura di questa ermetica pellicola; un movie estremamente metaforico e complicato che già dalle prime battute fa capire di nascondere delle grandi verità al suo interno. Proprio la già citata persistenza della memoria, resa tramite uno spettacolo di Bunraku (marionette), narrante un melodramma classico orientale, fa da incipit, coro e conclusione del film rendendo chiaro il messaggio: la ricerca della serenità e dell’amore è effimera e perpetua.
Il primo episodio, ovvero quello più importante, collante e direttamente collegato all’intro, racconta la storia di due amanti che dopo il dramma della regressione infantile, dello shock psicologico e della perdita di senno della donna, si legano fra loro ed intraprendono un viaggio lento, disperato e senza meta, rassegnato e fine a se stesso. Nel secondo episodio invece, il solito plot “yakuza-story” è usato per lasciarci scivolare nell’animo di un uomo che dopo aver abbandonato la sua donna, e dopo che quest’ultima reiteratamente lo ha aspettato ogni sabato su una panchina per pranzo, si trova a tornarle incontro ripresentandosi su quella panchina dopo decine di anni; è proprio qui che il dramma si compie, nel finale, come a sottolineare la ciclicità della vita e l’impossibilità di sottrarvisi. Nel terzo ed ultimo episodio una pop-star perde un occhio ed un su esagerato fan decide di condividere la sofferenza della giovane sacrificando la sua vista… ma anche qui il destino, quando la rinuncia e la rassegnazione sembrano aver pagato il prezzo della ricerca della felicità, si abbatte sui due sottolineando la sua divina imperturbabilità.
“Dolls” è quindi un percorso, che attraversa mari (il mare nel cinema di Kitano è un elemento fondamentale che spesso rappresenta l’illusione ed una falsa meta) e monti, facendo scorrere su di se il tempo (scandito dalle pittoresche ed iper descritte stagioni), in questo percorso i protagonisti si incontrano, si accavallano, si superano e crollano senza perturbare i luoghi su cui marciano divenendo epifanie della caducità della vita.
Il classico film etereo e silenzioso del regista giapponese, forse troppo profondo per esser del tutto accessibile e fruibile, dove l’iterazione fra l’uomo, lo spazio ed il tempo (esaltata dalla stupefacente fotografia) si fonde in un mix sensoriale ed introspettivo strappalacrime.
Regia splendida ed elegante che indaga delicatamente e cinicamente sui più profondi drammi dell’essere uomo, caricandosi di esistenzialismo e rassegnazione; Kitano dimostra di aver uno spirito d’osservazione pazzesco.
Forse oggettivamente il miglior film del cineasta nipponico, ma non il mio preferito.
href=”mailto:marco@baronedelmale.com”>Marco Marzuoli

