Takashi Miike, 2001
Uno dei film più estremi che abbia mai visto.
Ichi The Killer è uno “tsunami” di iperviolenza, scioccante, dal ritmo frenetico e molto molto profondo.
Uno dei più abili registi giapponesi, Takashi Miike, osannato in patria e semi sconosciuto in Italia, nella pellicola in questione, ci propone un’ottima trasposizione del manga “Koroshiya 1” di Hideo Yamamoto.
Sul più classico canovaccio Yakuza-movie, tipico del “Sol Levante”, l’abile cineasta scava nell’agghiacciante estetica del dolore senza risparmiarci alcun dettaglio: perversioni sessuali, torture, truculente carneficine, drammi famigliari, violenza psicologica, stupri, sadismo, masochismo, e chi più ne ha più ne metta, si intrecciano in una ragnatela di sensazioni, immagini ed avvenimenti disturbanti e spesso vomitevoli conditi, però, da una buona dose di sana ironia.
Una guerra di bande che spicca nello scontro-confronto fra i due protagonisti: Ichi (in giapponese “Uno”), anti eroe represso e psicologicamente instabile, e Kakihara, yakuza sadomaso dedito al culto del dolore e dalla spiccata fascinazione verso la carnalità, sfacciato e riflessivo al tempo stesso (ed a mio parere estremamente intelligente e recettivo). Il primo, Ichi, ci appare come il prototipo dell’adolescente vittima dell’incomunicabilità e della società, che, chiuso in se stesso per proteggere le proprie turbe mentali e la sua alienazione, cova il proprio malessere fino a farlo esplodere in furioso istinto omicida quando, indossando un costume nero da supereroe post-Power Rangers, viene investito dai fasulli incarichi di giustizia morale affidatigli dalla sua “guida morale” (in verità manipolatore) Jijii. Kakihara, invece l’esatto opposto del suo rivale, è un uomo amante dell’estremo come superamento della realtà, immerso nella materialità e succube delle sue fascinazioni e tentazione più morbose con cui cerca, fra l’altro, di elevare la sua persona a livelli più alti di percezione (esteticamente vicino alla body art più estrema, le sue armi sono aghi da piercing). In poche parole il duello fra le contraddizioni dell’attuale civiltà ed animo orientali, divise fra alienazione ed isolazionismo da una parte e smoderatezza e trasgressione dall’altra.
Ma “Ichi The Killer” non è solo una digressione dirompente e brutale nell’animo nipponico, ma anche uno splendido esempio di formalità espressiva; la regia sapiente che detta i tempi del film rispettando alla lettera tutte le regole della contemporaneità, il montaggio intricato ed affascinante, la colonna sonora perfetta e pesata scena per scena, la fotografia splendidamente iperrealista ed iper descrittiva restituiscono allo spettatore tutto il fascino del manga da cui è tratto, impreziosendolo e senza renderlo mai ridicolo e verosimile se non per propria volontà.
Un film drammatico e spietato, capace di influenzare profondamente Tarantino durante la lavorazione di Kill Bill (per sua ammissione in debito col movie di Miike) e di condurre lo spettatore nei meandri dei suoi sentimenti celati provocandovi un intrinseco e viscerale senso di disgusto.
Obbiettivamente non per tutti, dalla fruizione molto difficile e “delicata”, richiede molto stomaco e concentrazione. Croce e delizia la crudezza delle scene, che spesso, possono distogliere, per “motivi intestinali”, dalla trama e dal senso profondo.
PS.: Se potete vedetelo in lingua originale, come sarebbe opportuno fare per tutti i film orientali, e non solo!
8/10

