IL SERPENTE E L’ARCOBALENO

Wes Craven, 1988

Abituato all’autoironia di un regista votato alla produzione artigianale degli effetti speciali e perfettamente inserito nell’ambiente “horror ‘80”, “Il Serpente e l’Arcobaleno” piomba nella filmografia di Wes Craven come un fulmine a ciel sereno. Film estremamente simbolico e visionario, nel suo plot narrativo la magia nera ed il voodoo si collocano al centro di un canovaccio mistico e lisergico in cui il protagonista, giovane e stereotipato americano, ritrovatosi ad Haiti resta immischiato nelle credenze locali e nel rigido sottobosco dittatoriale. Il reiterato ricorso alla spiritualità, nelle pellicola in questione, crea nello spettatore una strana distorsione della realtà rispolverando in quest’ultimo paure ancestrali e socialmente nascoste: la morte, l’aldilà, il sogno, il subconscio e la religione creano un affresco dalle tinte esotiche in cui è facile perdersi e cadere in trans a causa delle forti fascinazioni dei profumi, incensi ed unguenti suggerite dal regista.

“Il Serpente e l’Arcobaleno” sa anche essere un film acuto e profondo che analizza, seppur superficialmente, le dinamiche cerebrali del totalitarismo: il regime dittatoriale è visto come creatore di zombi e manipolatore delle anime degli stessi. A causa di ciò, il citato horror di Craven, si colloca più vicino alla cultura cinematografica del genere degli anni ‘70 che non alla sua contemporanea: il fare documentaristico delle riprese e della scenografia, i risvolti politici e la fotografia a tratti psichedelica, infatti, sono temi classici del “terrore post-sessantottino” socialmente impegnato. Proprio la vicinanza a movie come “Zombie” e “Non aprite quella porta” e gli ammiccamenti ad i vari “Documentari Mondo”, rendono tutte le suggestioni di questa pellicola postdatate non conferendo attributi particolari al suo valore intrinseco, è negato così gran parte del suo merito ad un prodotto, comunque, estremamente sensoriale ed accattivante.

“Il Serpente e l’Arcobaleno” è un film che non ha mezzitoni ne tinte pastello, sia stilistiche che contenutistiche, e ciò si ripercuote sul giudizio del pubblico affezionato a Wes Craven: ad alcuni potrà sembrare un’opera superlativa, ad altri, abituati ad i vari Nightmare ed a gran parte della produzione “craveniana” (eccetto alcune eccezioni più impegnate come “L’ultima casa a sinistra” e “La Casa Nera”), un film mal riuscito. Fatto sta che questo è buon lavoro in grado di mixare godibilità ad ottimi input morali e belle riflessioni.

Dategli il giusto peso e non vi deluderà.

6,5/10

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