HARDCORE FOR SALE

Eastpak Etnika Rock
(Comeback Kid, Caliban, Bring Me The Horizon, Shai Hulud, To Kill
, Your Demize, Devil In Me, Slowmotion Apocalypse, At The Soundawn, Your Hero, The Beauty, Sinful Breed)
05/08/2008
Ceccano (Frosinone)

Negli anni ’80 un evento del genere non sarebbe potuto accadere, e non mi riferisco ovviamente alla sponsorizzazione di un festival da parte di una marca di zaini pensati apposta per i gggiovani d’oggi, ma al fatto che le band sponsorizzate suonino dei generi in cui il suffisso “core” è più o meno evidente. Mi viene da pensare alla diatriba Nike - Minor Threat; ma più in generale è difficile immaginare un festival come l’Eastpak Etnika Rock nella Washington dell’81. E non parliamo poi d’Italia, dove l’hardcore è stato, e in alcuni casi lo è ancora, il genere anti-sistema per eccellenza.

La mia non vuole essere una critica, ben vengano festival gratuiti (e ben organizzati) soprattutto in zone musicalmente depresse come il Basso Lazio, ma che prospettive ha la musica alternativa se è veicolata da un mercato che cerca continuamente spazi commerciali in cui infiltrarsi e prosperare? La risposta forse ce l’abbiamo già. Arrivato ai cancelli del campo da baseball di Ceccano per il primo giorno del festival in questione (il secondo giorno, non attinente con la linea baronale, non verrà trattato) mi ritrovo davanti alla “fiera del capello”. Finalmente mi posso rendere conto del devastante impatto di MTV sugli adolescenti che cominciano ad ascoltare il rock; orde di ragazzini con centinaia d’euro di lacca e coloranti sui capelli, bambine che sembrano uscite da un manga e maschietti androgini con l’eyeliner, le sopracciglia depilate e stelline ovunque. Come direbbe l’indimenticata Sora Lella: “Annamo bbene, proprio bbene!”

Il festival è a due palchi, uno più grande griffato “Eastpak Music Bomb” e l’altro più piccolo con la scritta “Etnika Rock”, l’alternanza sarà la costante della giornata. Iniziano i Sinful Breed, metalcore band locale che ha il merito di far iniziare il concertone col piede giusto; le influenze stilistiche sono assolutamente in linea con la giornata, con evidenti richiami a Killswitch Engage, Caliban e Bleeding Through. Nonostante un sole africano, volano i primi spintoni e le prime sberle grazie a canzoni ben costruite e coinvolgenti. Dopo una ventina di minuti gli applausi giungono meritati per una band che, nel poco tempo avuto a disposizione, non si è davvero risparmiata. I gruppi immediatamente dopo (The Beauty, Your Hero), seppur tecnicamente discreti, non mi hanno convinto affatto; sempre alla ricerca della melodia facilona e dello stacco piacione, ipnotizzano solo i ragazzini in prima fila.

Altra storia con gli At the Soundawn, band modenese influenzata da Neurosis e Isis, che ci propone sonorità che il pubblico dell’Etnika mastica decisamente poco. I post-corer sono già un gruppo maturo e si vede; mi fanno pensare a dei Burst più dilatati e polverosi con Scott Kelly alla voce. Purtroppo credo che un festival del genere non sia il posto più indicato per assistere a un loro concerto, spero di bissare in una location più racchiusa e meno luminosa.

E arrivò il tempo del metallo sul palco B; i friulani Slowmotion Apocalypse salgono belli tosti e ci sparano addosso un bel death-thrash col “core”. L’attitudine è quella giusta e coinvolge, riffoni svedesi e ritmiche serrate conducono più di qualcuno all’headbanging sfrenato, il tutto è condito da assoloni che sanno di Bay Area. Le canzoni, per lo più quelle di Obsidian, hanno molto più tiro dal vivo che su disco e sono la prova lampante che non bisogna per forza nascere in Scandinavia per fare del metallo con le palle. Complimenti ai The Haunted italiani!

I due gruppi dopo (gli inglesi Your Demise e i portoghesi Devil In Me) erano in evidente overdose di testosterone. Per carità, erano anche bravi a riproporre tutti, ma proprio tutti, i clichè resi famosi da Hatebred (i primi) e Sick of it All (i secondi), ma qui siamo nel campo delle cover-band; basta forse saltare come scimmioni sul palco e sbraitare aggressivamente per fare hardcore? Mah..

Coi Bring Me The Horizon, lo ammetto, mi trovo in seria difficoltà. Ero partito coi pregiudizi peggiori: la boy band del metalcore, un look studiato per acchiappare le bambine che guardano TRL, una creazione di quei modaioli di Kerrang e cose del genere. Non che tutti i miei pregiudizi fossero infondati, tutt’altro, ma i cinque inglesini dal vivo vanno proprio forte; il loro deathcore estremo, seppur non innovativo, è molto ben suonato e potente. La padronanza tecnica è certamente invidiabile, mai visto degli adolescenti suonare meglio, ma il solo guardarli mi fa venire voglia di sguinzagliare lo zombie di GG Allin ricoperto di sangue e merda tra le bimbe-fan piene di stelline e cuoricini. Possono migliorare tantissimo, però prima interniamoli per almeno un decennio sul Monte Athos a riflettere sul senso della vita, male che va torneranno con qualche pelo di barba.

I “romani de Roma” To Kill sono il penultimo gruppo ad esibirsi sul palco B; il loro hardcore straight-edge è, come al solito, una macchina da guerra. Chi li ha visti sa bene cosa sanno regalare al pubblico in termini di impatto e coinvolgimento; i nostri infiammano il palco con la solita performance furiosa e aggressiva che piace e convince. I “sermoni” animalisti del cantante Josh scontentano più di qualcuno, ma pazienza, l’hardcore è anche questo ed è giusto che sia così.

I Comeback Kid avrebbero dovuto essere gli headliner della prima giornata del festival, ma a causa di un ritardo aereo dei Caliban, la loro esibizione è stata anticipata. Confesso che conoscevo i canadesi solo di nome e non mi aspettavo chissà che; mi sono ricreduto velocemente. I ragazzotti di Winnipeg fanno un hardcore violento ma allo stesso tempo personale ed efficace, non obsoleto ma nemmeno sputtanato. Si percepisce chiaramente che sono loro i grandi attesi della serata, il pubblico va in visibilio per le note di Wake The Dead e Defeated, creando un bel polverone sotto il palco. Ottima band e ottima resa sonora, una miscela di passione e professionalità che conquista anche gli applausi di chi non era venuto per loro.

Sul palco B si conclude la serata con gli storici Shai Hulud, per chi scrive di gran lunga il miglior gruppo del lotto. Della formazione del seminale Hearts once Nourished with Hope and Compassion è rimasto il solo chitarrista Matt Fox, ma la passione è quella di sempre; il loro metalcore (quello vero) è sia muscoli che testa, passaggi intricati e cervellotici si alternano a sfuriate degne del miglior old school americano. Qui non c’è solo mera tecnica o violenza fine a sé stessa, qui ci sono i contenuti, quelli che rendono una band memorabile. Il singer si fionda innumerevoli volte sui fedelissimi e offre loro il microfono come nella migliore tradizione del genere, cementando l’unità di intenti tra chi sta sul palco e chi sotto. Canzoni come My Heart Bleeds the Darkest Blood e la più recente Venomspreader (dall’ultimo disco Misanthropy Pure) sono la prova che nonostante i molti cadaveri (Earth Crisis, Morning Again, Strongarm, Point of No Return ecc) la scena metalcore originaria abbia ancora uno dei suoi migliori alfieri in ottima forma. Molto bella la dedica finale di Matt Fox all’hardcore italiano di ieri e di oggi. Horns up!

Quando i Caliban salgono sul palco le sette ore di festival si fanno sentire sul groppone ma quasi tutti resistono stoici. I tedeschi sono una delle band più prevedibili che abbia mai visto; metalcore standard coi soliti “stopponi” in ogni canzone, il riffetto svedese e il ritornellino melodico. La resa sonora è ovviamente ottima anche se il batterista ha un suono tanto triggerato da risultare eccessivamente finto. Dico la verità, non apprezzo questa band dai tempi del loro passaggio sotto Roadrunner; da quando insomma sono diventati la fiera del clichè. Fanno eseguire anche un bel wall of death al pubblico. Ecco, credo che questa sia l’unica cosa che mi ricorderò del loro concerto, per il resto mi hanno sorpreso come la vittoria del Dream Team di basket alle Olimpiadi del 1992. Scontati scontati scontati.

Tirando le somme penso che un festival del genere, seppur ben organizzato e a tratti davvero godibile, debba per forza di cose trovare una direzione artistica meno vincolata da label e sponsor; la strada è difficilmente percorribile ma non irrealizzabile. Agli organizzatori di Etnika Rock va comunque il merito storico di aver creato un evento in una provincia, quella di Frosinone, in cui per anni l’unico appuntamento musicale di rilievo è stato esclusivamente il vetusto Liri Blues. Dal canto suo il Barone del Male non può che dare il giusto supporto a iniziative del genere.

Andrea Zeppieri

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