Takashi Kitano, 1999
Il tema della crescita, e della ricerca di essa, è la sostanza, la delicatezza la forma.
Masao è un bimbo che cerca la madre ed il mare, Kikujiro (il suo nome verrà rivelato solo nelle ultime battute del film) l’ex Yakuza che lo accompagna nella sua ricerca. La trama non è che il pretesto per dipingere con colori pastello e sguardo puerile un mondo in cui tutto è più grande ed idealizzato, dove gli oggetti assomigliano all’idea comune di essi, ogni personaggio è perfettamente in linea con il suo ruolo ed ogni luogo, anche il più comune, è un enorme labirinto. Una galassia di odori, colori, sensazioni e suoni conducono il piccolo protagonista alla ricerca della maturità e della conseguente scoperta della rinuncia, rendendolo ad ogni passo più grande e più “uomo”.
Tutto è riletto con occhi di bambino, in questo iter psico-fisico dai grandi spazi aperti e dalla regia che si perde in se stessa caricandosi di una freschezza espressiva fuori dal comune. I personaggi sono tutti platonici, non hanno un nome, non si cambiano, non hanno un vero e proprio ruolo sociale e si mescolano fra loro in una scacchiera divisa fra buoni e cattivi, fra consensi e dissensi.
Una grande “fiaba della vita” dove tutto “è in se” e dove l’interazione fra gli elementi ed i loro rapporti creano uno spaesamento percettivo degno di “Bagnanti ad Asnieres” e di tutto il puntillisme pittorico di Seurat.
In “L’Estate Di Kikujiro” i sogni di Masao (splendidi e metafisici) si confondono con la realtà, e la pseudo-regressione infantile dei suoi compagni di viaggio (solo apparente dato il punto di vista “bambinesco” delle descrizioni) stimola profondamente la sensibilità dello spettatore e la mette a nudo durante tutta la narrazione. Gli adulti diventano bambini e caricature di se stessi ed i drammi della vita si mutano in piccoli incidenti di viaggio, non più traumatizzanti di un incubo.
La narrazione perfetta è scandita ottimamente dalla suddivisione in “capitoli”, annunciati come in un libro per bambini da colorate e divertenti immagini, fa scorrere piacevolmente le due ore della pellicola.
Un film quasi perfetto, forse un po’ ridondante nella parte centrale ed eccessivamente leggero nel finale, dove tutto è a regola d’arte, dalla fotografia alla colonna sonora, passando per la recitazione ed i dialoghi.
Contenuti, seppur poco originali, sviluppati alla perfezione in un piccolo capolavoro espressivo che porta lo stesso nome del papà del regista (Kikujiro è il nome reale del padre di Kitano).
9/10

