ROSEMARY’S BABY

Roman Polanski, 1968

SCIABOLA

Rosemary’s Baby a distanza di 40 anni mantiene le sue straordinarie caratteristiche di horror atipico e disturbante senza perdere minimamente di smalto. Il punto principale, mai abbastanza evidenziato, è che con un plot del tutto lineare ma mai rivelato allo spettatore, una sceneggiatura monotona ed un ritmo lento e privo di accelerazioni, il regista riesce a trasmetterci un senso di malessere e disagio continuo per tutta la proiezione. Nella costruzione tecnica del film manca del tutto quello che può essere considerato l’ABC di ogni film del Terrore, e che è stato poi reso didascalico da Carpenter: 1) l’atmosfera cupa e minacciosa del contesto intorno ai protagonisti ed il senso latente di minaccia 2) Accelerazioni improvvise della tensione, cui si susseguono fisiologiche pause in movimento armonico 3) Un numero congruo di colpi di scena
all’interno di un crescendo di tensione che sfocia nell’ ”orribile” finale.

In Rosemary’s Baby tutto è all’incontrario: il plot si dipana nella più assoluta normalità, in maniera graduale e sottotraccia. La tensione non sale mai oltre un minimo livello di guardia, ci sono solo due picchi (il sogno – amplesso di Rosemary e il momento del parto) di moderata intensità, in cui peraltro l’attenzione dello spettatore è deviata dalla bellezza onirica della fotografia, sempre luminosissima, solare ed aperta agli spazi. A seguire, un ritorno al ritmo di sbiadita normalità, in cui permane il dubbio di chi guarda sull’effettiva consistenza delle paranoie della protagonista.

Dunque, dov’è il disagio, la paura, il disturbo in Rosemary’s Baby? E’ nell’idea, abusata quanto volete ma sempre attuale, che il Male sia indissolubilmente legato all’ordinario, alla routine, al quotidiano e la sua accettazione, ed in definitiva il suo trionfo, non debbano per forza di cose determinare una rottura irreparabile con il tessuto della realtà percepita.

In realtà, la monotonia del ritmo della pellicola è proprio l’elemento che ci spinge lungo la banale ed ordinaria discesa verso gli Inferi di Rosemary….un percorso di graduale accettazione di elementi via via più inquietanti come se non ci fosse altra soluzione, altro percorso e tutto fosse comunque già stato deciso….rivelatrice a tal fine è la magnifica sequenza di Rosemary che viene recuperata nell’ufficio del Dottor Hill dopo la sua fuga dal marito e dal Dottor Sapirstein…nessuna scenata, solo un senso di impotenza assoluto (lei in auto in mezzo ai due uomini stretta in una morsa sigillata) e la necessità di accettare l’ulteriore stadio di degenerazione emotiva.

Passo passo in questo film Satana vince, e senza mai prendersi troppo sul serio (l’humor nero sparso qua e là è spiazzante e disturbante al tempo stesso, poiché non serve a spezzare la tensione, ma solo a ribadire l’assoluto controllo che il Male ha del percorso di caduta della protagonista).

Il terrore puro, quel brivido dietro la schiena che rimane per ore dopo la conclusione del film lo danno alcuni particolari della fotografia veramente pazzeschi: la scritta iniziale sui muri del palazzo che Rosemary legge al momento di affittare l’appartamento….i quadri mancanti in casa dei vicini satanisti….l’allucinante numero del Times nella scena finale di capitolazione in cui compare in copertina un fantastico “Dio è Morto” (peraltro credo che esista veramente). Da urlo. Difficile che una simile commistione di elementi atipici possa riprodurre un capolavoro di questo tipo…di Polansky non ve n’è molti in giro. Godetevi in rassegnazione un’opera unica nel suo genere.

PABLO

8,5/10

FIORETTO

Un parassita, un parassita che si annida nel cure della città, della società, della famiglia e delle persone e che senza fretta ne’ indugi fagocita tutto ciò che incontra sulla sua strada.

Il film si apre con una (già sinistra) panoramica aerea di New Yorke e pian piano sprofonda nelle case, insinuandosi nei suoi abitanti, nelle loro menti e nei loro corpi. Ogni consuetudine e vicenda umana diviene funzionale alla venuta dell’anticristo, dal sesso all’alimentazione, tessendo così l’enorme “drappo” nero (nel finale del film capirete perché ho usato questo termine) che pian piano avvolge ogni cosa.

La narrazione è semplice e lineare, ma ammorbata, così come le atmosfere; nella pellicola non ci sono né efferati omicidi né terribili essere soprannaturali, solo un lento ed estenuante progredire delle vicende famigliari dal retrogusto luciferino, che si esplicita in rare scene estatiche e visionarie (splendide!!!). La routine malata è la vera arma in più di “Rosemary’s Baby”, che mette in condizione il regista di far fruire visceralmente gli elementi terrifici ed innaturali del film rielaborando le accademiche atmosfere noire hitchcockiane (a quest’ultimo in un primo momento si pensava di assegnare la regia).

Il finale è poi un capolavoro nel capolavoro in cui la struttura parassitaria si rovescia e, nel momento in cui “la perfezione dell’imperfezione” si compie, un cuneo di umanità squarcia, come un fulmine a “ciel sereno” (“ciel sereno” ahhahhhahh!!!!), l’oramai totale omogeneità maligna, aprendo le porte all’amore ed alla speranza di salvezza maturata da una “cristiana” rinuncia ai piaceri che Rosemary paga con la sofferenza personale durante la sua gravidanza (emblematico il taglio dei capelli ed il cambiamento di look della protagonista).

Tanti i temi affrontati da Polanski, dal satanismo all’avidità di successo, passando per la società massonica (la setta descritta può esser letta come un substrato sociale perfettamente autonomo) ed il male cosmico, ma tutti hanno come minimo comune denominatore l’accettazione dell’alterità, continuamente sottolineata durante tutto il film.

Davvero una ottima pellicola in grado di turbare l’animo dello spettatore offrendogli spunti per una disturbante fascinazione verso il male, accresciuta dalla triste storia del regista Polanski, cui, poco tempo dopo, venne assassinata la moglie (pare per mano degli adepti della setta di Charles Manson).

Marco Marzuoli

8,5/10

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