Neurosis, A Storm Of Light, The Ocean
23/08/2008
Mamamia Music Club
Senigallia (An)

Sapevo. Sapevo benissimo già da molto tempo che non sarebbe stato un semplice concerto, ma un vero e proprio giro di boa.
Ricordo ancora perfettamente quella mattina in cui lessi che i Neurosis avrebbero suonato in Italia, il mio stupore fu tanto che stentavo a crederci. In quei giorni l’incredulità veniva smorzata dall’allora recente reperimento di Eternal Kingdom, ma nonostante ciò scandagliavo il web da capo a piedi in cerca di notizie più chiare e attendibili. Da quel momento la presa di coscienza di ciò che sarebbe accaduto qualche mese a venire diveniva sempre più ponderata, e la data del 23 Agosto si incideva, autonomamente e lentamente, a fuoco sulla mia vita, divenendo inevitabile ed irremovibile quanto la scoperta della morte per un bambino che compie i primi passi nel mondo degli adulti.
Arriva così la calda mattina di quel sabato di fine estate, tanto calda da render poco immaginabile il serale concerto della band Californiana. A questo punto manca davvero poco, le distrazioni sono ridotte all’osso, neppure il traffico autostradale mi distoglie dal pensare a ciò che di lì a poco sarebbe accaduto.
Il sudore gronda ma le fatiche del tribolato viaggio svaniscono subito, quando, dal parco che antecede il Mamamia, si scorgono due panciuti buontemponi sulla quarantina. Scott Kelly e Steve Von Till sono lì: è tutto vero.
Panini e birre in contemporanea con gli ultimi ritocchi dei gruppi spalla e siamo pronti per addentrarci nel luogo del delitto.
Dall’esterno si capisce che il breve soundcheck dei The Ocean si sta trasformando nel vero e proprio live set delle band tedesca, mi affretto, ed una volta al cospetto del palco, mi accorgo che c’è qualcosa che non quadra: il collettivo è ridotto all’osso e mancano ben tre (fondamentali) elementi. I quattro crucchi attaccano e danno l’impressione di aver ben chiaro che il loro obiettivo è quello di limitare i danni ed evitare figuracce nel cinico confronto con gli artisti che suoneranno di lì a poco. Tuttavia, con una formazione così rimaneggiata, è praticamente impossibile soddisfare il palato del pubblico dei Neurosis e tanto meno esser giudicabili. Staps e compagni si agitano cercando di dare il meglio, ma il risultato resta anacronistico e non capace di rispecchiare le loro potenzialità (chi li ha visti al completo ne sa qualcosa). La setlist va esaurendosi giustapponendo pezzi di Precambrian ad altri Aeolian e, colpa anche delle pacchianissime e “dillingerose” luci e di un soundcheck forse affrettato, inizia a stufare un pubblico in cerca di suoni di altro tipo. Col senno di poi credo che quella di inserire i The Ocean nella serata sia stata una scelta sbagliata, sarebbe stato meglio dar spazio ad una buona realtà del nostro paese più in linea con lo style dell’evento (vedi Ufomammut e Lento). In definitiva, come incipit della nottata, i riffoni metalcore dei quattro potrebbero anche esser stati utili per ambientarsi, ottimi per capire come muoversi nel locale e prendervi confidenza senza incupire prima del dovuto un’atmosfera che va pian piano oscurandosi. Ma l’aria sta cambiando e si nota subito, il sole è calato e gente continua a confluire nel club marchigiano.
Inizia il cambio di palco, momento perfetto per abbeverarsi e provvedere a predisporre i neuroni ad un assorbimento più totale del live, ma le tempistiche si dilungano e riprender la posizione iniziale al fianco della troupe baronale è ormai impresa ardua. Per fortuna il rado manto erboso mi viene in soccorso, rivelandosi, poi, fondamentale per una fruizione che sarebbe potuta divenire molto più faticosa del previsto. Nel frattempo anche gli A Storm Of Light han preso posto e son pronti per accompagnarci fin davanti alle porte dell’inferno.
Quella di New York alla vigilia era una creatura che mi lasciava perplesso. Un solo disco, decisamente monocorde, sulle spalle di una line-up indiscutibilmente professionale, rappresenta un bagaglio troppo esiguo per poter prevedere le dinamiche di uno show dai forti contenuti visivi. La curiosità non è poca. La proiezione dell’artwork di And We Wept The Black Ocean Within sul telo e le due batterie sotto il cielo stellato incuriosiscono ancor di più. Ci siamo, Graham e compagni attaccano, i suoni ed i volumi non sono affatto gli stessi di quelli usati dai The Ocean, l’aria è cambiata e si sente. Plettrate sludge e tempi monolitici si pongono a binari del percorso filmico alle spalle dei musicisti e proprio in quel momento capisco perché ho faticato a digerire il loro album: gli A Storm Of Light esplicitano che la loro musica non è valutabile in sé, ma necessita di esser inserita in un immaginario definito in cui la clip alle loro spalle è padrona assoluta. Oceani, iceberg, balene, squali martello e tempeste fanno da sfondo ad accecanti raggi di luce, allo stesso modo i tappeti sonori ricamati con voce e chitarra dall’ex Red Sparowes evidenziano la solennità delle ritmiche del monumentale Signorelli. Col passare del tempo il live diventa sempre più monotono e manieristico rivelando azzeccata la scelta di restar seduto a terra, posizione ottimale per estrapolare godimento dal derivativo “Naufragio della Speranza”.
Ormai manca davvero pochissimo al ritorno nello stivale di una delle band più influenti degli ultimi anni, lo si sente nell’atmosfera, sulla pelle. Mi alzo di scatto e guadagno un posto nelle prime file. In quel momento la mente è sgombera, pronta per assistere ad uno show atteso da troppo tempo. Il pubblico sembra teso ed allo spegnersi delle luci tutti gli interrogativi che addensavano le giornate precedenti al concerto sembrano non aver più alcun peso. Chi come me era stato attento alle indiscrezioni sapeva a cosa andava incontro, sapeva quale sarebbe stata la probabile setlist, l’eventuale durata del live, sapeva che la cricca di Von Till non era più quella di A Sun That Never Sets e che negli ultimi anni vi era stato un ennesimo e rivelatorio cambio di direzione dal nome Given To The Rising.
Ultime rifiniture cullate da atmosfere synth-dream pop di marca Stereolab e la sensazione di star per assistere ad uno spettacolo musicalmente totalizzato. Ma non c’è più tempo per pensare, un catartico paesaggio ambient/drone in tre dimensioni invade la notte, l’oscurità avvolge ogni cosa… i Neurosis sono pronti ad aprire le danze. Il primo riff della titletrack dell’ultimo disco, come uno tsunami di olio bollente deflagra sulla platea, ma l’effetto non è così apocalittico quanto ci si aspettava, colpa di un’amplificazione che in quanto a potenza dimostra tutti i suoi limiti. Anche i cinque esperti musicisti sembrano restar per un attimo delusi dall’impatto, ormai non c’è tempo per le idee, la posta in palio è troppo alta. I primi a prenderne coscienza sono loro stessi; la seconda parte di Given To The Rising, infatti, alza il livello apparendo, agli occhi di un pubblico non uniformemente sbalordito, più sentita del suo inizio. Il live comincia ad entrare nel vivo ed una seconda psichedelica trama, intrecciata con le immancabili proiezioni sferiche e monotonali, palesa che il set è più implosivo, velenoso e subdolo delle attese, oltre che pervaso da una radicalizzata attitudine composta e minimalista. La discesa nell’inconoscibile procede, le selvatiche fascinazioni simil Jack London lasciano il posto a visioni più sinistre ed apocalittiche in cui gli spigoli di At The End Of The Road lacerano gli ultimi brandelli di umanità lasciati illesi dall’oscuro cerimoniale purificatorio. Seppur la band lamenti qualche anno e chilo di troppo, e la probabile stanchezza di fine tour il pubblico è ipnotizzato. La proposta sonora dei Nostri, come si direbbe per un buon vino, è invecchiata molto bene, e nelle botti di abete californiano nelle quali ha riposato in questi anni ha saputo miscelare la recuperata disperazione noise-core degli albori agli aromatici sapori folk-apocalittici di The Eye Of Every Storm producendo un siero dalle solenni alchimie post-doom. Perfettamente in tempo per sottolinearlo arriva Distill. Il colare dal progressivo incedere delle note è forse fra i più alti momenti del live, le voci dei due frontman si intersecano alla perfezione in una song tanto maligna quanto struggente che sotto il cielo stellato ci spazza via dalla realtà, abbandonando il nostro razionale e caduco conscio nella solitudine lunare di verdastri alambicchi, vetrate polverose e rilucente e nera pece. Il percorso iniziatico adesso non dà alcun adito alla speranza, non vi è più distinzione fra archetipi reali ed immagini misteriche, i Neurosis han scavato nel profondo e sono pronti a sguainare lo stiletto per immergerlo a fondo nel cuore. L’acuminato arpeggio di Locust Star è una ferita mortale. Ora la definitiva perdita dei sensi coincide con il cambiamento cromatico delle proiezioni, colori più caldi accompagnano gli spasimi del nostro corpo nell’oltretomba. Quello che forse possiamo considerare come uno dei più importanti pezzi della prima era, in “quel” modo ed in “quel” momento, dimostra che la band è ben consapevole della sua evoluzione e non dimentica neppure per un istante i fasti del suo passato. A sancire il trapasso ci pensa il delicato incipit di To The Wind gonfiato d’umanità da qualche semi impercettibile pecca nell’esecuzione. Ma è un’umanità cosmica e pronta ad eclissarsi dietro sconosciute silhouette astrali fatte di impastati riff e stratificazioni sonore dalle infatuate movenze. Il Mamamia non esiste più, darsi una collocazione fisica ora è impossibile.
I pezzi più vecchi sono praticamente assenti dalla setlist, eccezione fatta per Locust Star, scambiati con una maggior organicità espressiva dei contenuti che però inizia a pesare; ecco infatti tirar fuori dal cilindro un eco di The Eye Of Every Storm: Left To Wander. I suoi rarefatti landscape dai colori aurorali si disciolgono a bassa quota sul prato del locale parendo vaganti spiriti di dannati. La musica acquista una tridimensionalità pazzesca, seppur limitata dalla forma non smagliante di Scott Kelly e dagli spazi troppo aperti della location. Ormai siamo pienamente nella seconda parte del live, quella della redenzione. I Neurosis sanno di non aver più nelle loro corde il contatto stretto col pubblico, la soluzione, quindi, è delegare il suono. Paesaggi sonori poliedrici e caleidoscopici infatti invadono la notte, la narcosi ora è nella sua fase più onirica. Sinceramente, alla vigilia, avrei preferito altri brani dal penultimo disco, ma mi devo ricredere, la tenuta live del pezzo appena eseguito è fra le più sorprendenti dell’intero show. Si torna a Give To The Rising con Fear And Sickness: un groviglio di pennate “flangerate” e frasi “sabbathiche” fanno da monolitici apri strada ad uno schermo che diviene sempre più portale dimensionale. Il palco è un’orgia di ectoplasmi e sentimenti reconditi. A tratti si ha l’impressione che i cinque abbiano accademizzato il loro passato: forse non sono loro ad averlo voluto, ma la storia del rock. L’immensa qualità dei ripetuti drone infatti testimonia la padronanza lessicale della formazione. Mancano pochi tasselli alla quadratura della performance: le aspettative per il finale sono altissime. Molti nostalgici dei fasti di Through Silver In Blood si sono appena ambientati nel nuovo climax, chi li ha persi un po’ di vista confida nell’esecuzione di molti altri pezzi per portar a termine l’orgasmo, stimolato forse con un po’ di ritardo. Siamo all’apice della tensione ed i barbuti chitarristi sanno di aver in pugno i loro fruitori. Water Is Not Enough casca a fagiolo, il suo riffing serrato e sludge prende a schiaffi gli storditi spettatori e la stanchezza cerebrale inizia ad affiorare; lo stridere dei synth fa accapponare la pelle ma nonostante la devastante carica nevrotica la gente non accenna a somatizzare il pezzo, preferendo un rapporto più intimistico con le sfumature del suono. Lentamente, forse con latitante tempismo, anche i fonici si sono adoperati per migliorare la resa, sottolineando un set crescente . I “custodi del fuoco” continuano a frustare e quando il pezzo giunge al termine non si può che portar le mani al petto e spalancare gli occhi: un miracolo sta per compiersi. Dopo averci avvelenato, picchiato, ucciso, dopo aver frustato il nostro cadavere… la resurrezione è prossima. Adesso è il silenzio a far paura, il vuoto e la sua mancanza di riferimenti; le anime perse nel loro isolazionismo sono in attesa di tornare a nuova vita, di riaver in dietro la loro esistenza depurata. Il cielo di Agosto fa sentire la sua pressione ed il peso di quelle sue “pietre” luminescenti come stelle. Stones From The Sky è il sigillo sul concerto. I rintocchi delle campane ed il funereo volo del corvo si liberano nella loro maestosa possenza annichilendo e benedicendo con il loro sublime romanticismo. La trance è totale e penetra nella rinnovata carnalità di chi si pone sotto il palco. Lascio immaginare chi non c’era e ricordare chi ha presenziato. La finale prova chitarristica di Von Till è totale e strappa più di qualche lacrima, il suono dei Neurosis è strepitoso.
Il live termina tornando nel vaso di Pandora da cui si è liberato.
- THE OCEAN (pic by Daniele Libertazzi)
- THE OCEAN (pic by Daniele Libertazzi)
- A STORM OF LIGHT (pic by Daniele Libertazzi)
- A STORM OF LIGHT (pic by Daniele Libertazzi)
- A STORM OF LIGHT (pic by Daniele Libertazzi)
- A STORM OF LIGHT (pic by Daniele Libertazzi)
- NEUROSIS (pic by Daniele Libertazzi)
- NEUROSIS (pic by Daniele Libertazzi)
- NEUROSIS (pic by Daniele Libertazzi)
- NEUROSIS (pic by Daniele Libertazzi)
- NEUROSIS (pic by Daniele Libertazzi)
- NEUROSIS (pic by Daniele Libertazzi)














28 Agosto, 2008 alle 11:25 pm
Vi porgo i miei rispetti. E pietre furono. Amen, amen.
29 Agosto, 2008 alle 7:54 am
sontuoso report
sontuosi i neurosis
pessimo il mamamia
pessimo l’impianto
pessimo il pubblico
pessima la scelta degli orari
pessimo il post-concerto
amarezza e delusione, non per loro capiamoci, ma per il contesto
30 Agosto, 2008 alle 11:59 am
sontuoso, untuoso il rapporto firmato barone
neurosis bravi ma pensavo molto meglio, mezza delusione. pessimo il pubblico anche per me
ridateci marco carena