(2002, Ipecac)

Quale accezione musicale avrebbe avuto quel prefisso “post” (relativamente al rock più duro) se nei primi 2000 gli Isis non avessero trasportato “l’inferno” in una dimensione tanto post-moderna e reale quanto eterea?
Reduci da qualche EP e da un sorprendente debut (Celestial), Turner e compagni arrivano ad Oceanic con un bagaglio di brillanti soluzioni artistiche, calibrate e definite negli ingredienti, ancora troppo acerbe per far traboccare quell’enorme vaso denominato post-metal. L’infuso sonoro delle prime uscite, fatto di spiritualismo e disperazione, di ciclicità e rabbia, si dimostrava incapace di liberarsi di quell’indissolubile “link” che legava i primi passi della band ad i suoi padri putativi. Seppur il disco d’esordio ne avesse dipinto già d’oro le talentuose prospettive, i Nostri, dovevano ancora trovar una dimensione propria e canalizzare quei preziosi germogli sbocciati in Celestial in un sound libero da retaggi musicali ed autosufficiente.
Figli di quell’apocalittica pulsione che anni a dietro aveva trasportato l’hard core ad i confini dell’industrial, del noise e dei rantoli dell’umano nichilismo, gli Isis affondano le loro matrici artistiche nel suono di due delle band più influenti ed importanti di fine millennio: Neurosis e Godflesh; se vi aggiungiamo un’intelligente fascinazione per il post-rock e certo ambient (maturata successivamente al disco del 2000), oltre ad un marcato mood progressive, la strada per Oceanic diviene ben più visibile e l’alchimia, che ne individua le probabili chiavi di lettura, maggiormente decifrabile. Ridurre quindi il suono dei musicisti di Boston ad una logica evoluzione dello sludge più grezzo di fine secolo è ora più che mai inappropriato, tant’è la poliedricità dell’offerta proposta. Il disco del 2002, infatti, pur spiazzando parte del pubblico, riesce subito a sottolineare la sua completezza e maturità, facendo presagire che in futuro, il germe che vi cova in seno, possa contagiare buona parte della scena di riferimento. Il peso specifico delle nove tracce in questione è enorme e trapassa il semplice aspetto sonoro. Concept strutturato attorno alle vicende di un uomo succube della sua vita sentimentale, e della sua esistenza (vittima di un incestuoso tradimento che lo porterà al suicidio), Oceanic, trova nelle sue fandamenta elementali la chiave per la trascendenza spirituale e sensoriale: un universo subcosciente in cui l’acqua è padrona incontrastata delle forme; il dolore sconfina così in una dimensione “metal” vergine ed esclusiva in cui amplifica alcune percezione di se e ne indebolisce altre.
Mai scontato e sempre teso, il full-length, si allontana dai prestabiliti immaginari del suo retroterra culturale, immergendosi in ambienti sociali concreti, dove l’onirico e l’ultraterreno non sono che trasposizione del quotidiano. Un rabbioso viaggio nella depressione e nel malessere che scava fra le macerie dell’animo senza mai perder di poesia e senza cedere alla tangibile brutalità della materia. Oceanic si presenta quindi come una grande opera umana sin nei suoi cavilli: dalla produzione ad i suoni, dal growl imperfetto alla malinconia dei suoi momenti più dilatati, ogni rifinitura è priva di artefazione ed il risultato del plot è così profondamente “vicino” e sensibile.
L’esperienza di annegare nel nero oceano dipinto dai cinque è totale, nello sprofondare si incontrano paure recondite e frustrazioni e man mano che si scende la perdita di senso sublima la realtà, dipingendo un sentiero che porta sin alla trascendenza dell’animo: un tunnel di nichilsmo sul cui fondo splende abbagliante una luce, la luce dello spirito.
Ora, ad anni dalla sua uscita, questo “secondo atto” resta indiscutibilmente il momento più alto della carriera degli Isis e, probabilmente, il più degno erede di quel Through Silver in Blood, che nell’ormai lontano 1996, iniziò l’opera di reinvenzione di buona parte della musica heavy.
Tracklist:
1. The Beginning and the End
2. The Other
3. False Light
4. Carry
5. –
6. Maritime
7. Weight
8. From Sinking
9. Hym

