(2009, Superball Music)

Tra tutte le formazioni che suonano progressive strumentale di derivazione “post” i tedeschi Long Distance Calling sembrano i più dotati. Superano in scioltezza anche gli attualmente rammolliti Pelican, una volta grandi promesse del genere da cui attendiamo delucidazioni col prossimo full-length. Fatti fuori senza troppe difficoltà anche gli americani Russian Circles, soporiferi ai limiti del sopportabile, i teutonici, posto ora, fanno intorno a loro terra bruciata. Le composizioni sono sì lunghe, ma le articolazioni e l’ipotassi sviluppata tramite un fitto sistema di raccordi rende ognuno dei solchi di “Avoid The Light” un buon esempio di come si possa suonare – va bene derivativi – con una gran dose di personalità e bravura. Inutile dire che gente come Isis e Mogwai hanno insegnato parecchio al quintetto di Münster. Anche i Pelican in verità, ma i nostri sono abilissimi nel rielaborare con decisi spolverate di farina proveniente dal loro sacco, riuscendo a far convivere umori diversi in uno stesso corpus musicale senza offenderne gli equilibri, creando un amalgama che scorre in maniera magmatica, senza battute d’arresto o cali di tensione. I cenni ambientali dell’incipit di “I Know You, Stanley Migram” potrebbero piacere agli MGR di Mike Gallagher degli Isis, nonostante poi il brano prenderà una piega decisamente più ruspante. Non solo l’universo “post” affascina i Long Distance Calling, anche l’avant-metal di estrazione scandinava fa capolino senza poi nascondersi troppo: in “Apparition” c’è qualcosa che sta a metà tra Sòlstafir e Arcturus. Arpeggi in stasi motorie, successivi ispessimenti di un muro di suono mai eccessivamente muscolare e metallico, ma dall’impatto di certo non secondario, i sei brani di “Avoid The Light” non peccano in dinamicità e precisione negli arrangiamenti. La ciliegina sulla torta è il cameo di Jonas Renske dei Katatonia che, con la sua voce sofferta e suadente, tinteggia di umbratile malinconia la bellissima “The Nearing Grave”, valore aggiunto del disco, senza alcun dubbio. Prova che mette in evidenza le qualità di una formazione in crescita, che ha ancora qualcosa da limare ed un’ulteriore ampliamento dello spettro stilistico da intraprendere, ma in un momento di stagnazione come quello che sta attraversando gran parte del mondo post-core et similia, fa un gran piacere essere alle prese con lavori di questo tipo.
Tracklist:
1. Apparition
2. Black Paper Plans
3. 359
4. I Know You, Stanley Migram
5. The Nearing Grave
6. Sundown Highway

